20 mar 2011

Maurizio de Giovanni e le stagioni del Commissario Ricciardi


Piacere, Ricciardi.

La lettura per me è stata sempre un piacere quasi carnale, una gioia della mente e del corpo, goduta a volte in condizioni estreme e tempi ridottissimi. Insomma, una sorta di relazione amorosa tra me e le parole scritte.
Non sto a decantarne i benefici, chi è toccato dalla stessa sorte lo sa, ma mi preme segnalare un personaggio che ha catturato il mio cuore e tanti altri.
Da qualche anno e nell’arco di una quadrilogia di romanzi, uno scrittore napoletano, Maurizio de Giovanni, ha dato vita a Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della regia Questura di Napoli nel 1931, in piena epoca fascista.
Non è piacione come Manara, non burbero alla Montalbano, né flemmatico come Maigret, ma portatore di un dono malefico che gli consente di “sentire” le ultime parole dei morti ammazzati, di vederli ancora per giorni, almeno sino alla risoluzione del mistero della loro morte.
Ricciardi è solitario, introverso, può non piacere alla gente, ma risolve i casi, sempre. Intorno a lui ruotano personaggi indimenticabili. Un brigadiere che gli è speculare, una balia che prepara mefitici pasti, una ragazza che ricama alla finestra, dall’altra parte della strada, una affascinante vedova che “profuma di spezie”.
Tutti si muovono in una Napoli straordinariamente ben descritta. Voltando le pagine senti il profumo della sfogliatella di Gambrinus, l’aroma del caffè e la forte personalità di una città che rappresenta tutto e il contrario di tutto.
Le storie di dipanano con dolcezza, con una poesia che quasi fa dimenticare il fatto che si ci trova di fronte a delitti, a volte molto efferati. Alla fine arriva sempre il sussulto, l’impennata conclusiva che fa ricredere su molti dettagli, quasi viene voglia di rileggere, da capo.
La lettura è medicina,cultura,svago e riflessione. La lettura è amare.
La vita, soprattutto. Piacere di averti conosciuto, commissario.

Letizia Vicidomini

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